Il nuovo libro di Nicoletta Orlandi Posti
Prefazione di Erri De Luca
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Altro che santo, ecco chi era il commissario Calabresi

Pasquale Valitutti è l'unico testimone vivente della tragica notte tra il 15 ed il 16 dicembre quando, dopo ore estenuanti di attesa, seduto dietro la porta dell'ufficio del commissario Calabresi, aspettava che Pinelli uscisse dalla stanza per essere interrogato.  "Saranno state le 11 e mezzo, grosso modo, in quella stanza succede qualcosa che io ho sempre descritto nel modo più oggettivo, più serio, scrupoloso, dei rumori, un trambusto, come una rissa, come se si rovesciassero dei mobili, delle sedie, delle voci concitate", racconta commosso ancora oggi. Il racconto che fa Pasquale Valitutti di quella sera è sempre lo stesso da 40 anni, non è mai cambiato di una virgola: Calabresi era in quella stanza quando Pinelli si gettò dalla finestra. "Il compagno Giuseppe Pinelli è stato materialmente assassinato dai signori: Calabresi, Lograno, Panessa, Muccilli, Mainardi e Caracuta su mandato degli alti vertici di polizia e governo", ripete Lello. Se qualcuno si sente calunniato sporga denuncia e ci si dia la possibilità di un nuovo processo. Io continuo a chiedere giustizia e verità per il nostro compagno Giuseppe Pinelli. Si aprano gli armadi, si rimuova il segreto di Stato sulle stragi e si dica la verità su tutto quel periodo".

Maria Itri, Una storia degli anni Settanta PDF



Cinque anarchici del Sud. Una storia degli anni Settanta
di Maria Itri
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Nicoletta Orlandi Posti, Ⓐ come amore PDF

Ⓐ come amore

Attraverso il diario di un'anarchica morta in circostanze misteriose, ritrovato casualmente dalla figlia dopo trent'anni, viene raccontata la storia d'italia a partire dalla morte di Pino Pinelli fino al sequestro di Aldo Moro. La protagonista è una giovane donna che vive a Ventotene e che attraverso il diario e i racconti degli amici della madre riesce a scoprire non solo chi era lo sconosciuto brigatista di via Fani a bordo della Honda, del quale parlano tanti testimoni mai realmente identificato, ma anche a dipanare molti dei misteri legati al sequestro e all'omicidio del presidente della Dc. 

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Volantino degli anarchici, Reggio Calabria 1970

Volantino distribuito dagli Anarchici durante i moti di Reggio Calabria, 1970

Il reichstag brucia?

Il reichstag brucia?

Compagni, il movimento reale del proletariato rivoluzionario italiano lo sta conducendo verso il punto da cui sarà impossibile - per lui e per i suoi nemici - ogni ritorno al passato. Mentre si dissolvono una dopo l'altra tutte le illusioni sulla possibilità di ristabilire la "normalità" della situazione precedente, matura per entrambe le parti la necessità di rischiare il proprio presente per guadagnarsi il proprio futuro. Di fronte al montare del movimento rivoluzionario, malgrado la metodica azione di recupero dei sindacati e dei burocrati della vecchia e nuova "sinistra", diviene fatale per il Potere rispolverare ancora una volta la vecchia commedia dell'ordine, giocando questa volta la falsa carta del terrorismo, nel tentativo di scongiurare la situazione che lo costringerà a scoprire tutto il suo gioco di fronte alla chiarezza della rivoluzione. Gli attentati anarchici del 1921, i gesti disperati dei sopravvissuti al fallimento del movimento rivoluzionario di allora, fornirono un comodo pretesto alla borghesia italiana per instaurare, con il fascismo, lo stato d'assedio su tutta la società. Forte - nella sua impotenza - della lezione del passato, la borghesia italiana del 1969 non ha bisogno di vivere la grande paura del moto rivoluzionario, né di aspettare la forza che solo dalla sconfitta di questo le può ancora derivare, per liberarsi delle proprie illusioni democratiche. Oggi essa non ha più bisogno degli errori dei vecchi anarchici per trovare un pretesto alla realizzazione politica della propria realtà totalitaria, ma tale pretesto cerca di fabbricarselo da sola, incastrando i nuovi anarchici in una montatura poliziesca, o manipolando i più sprovveduti fra loro in una grossolana provocazione. Gli anarchici, in effetti, offrono i migliori requisiti per le esigenze del potere: immagine staccata e ideologica del movimento reale, il loro "estremismo" spettacolare permette di colpire in loro l'estremismo reale del movimento.


LA BOMBA Dl MILANO E' ESPLOSA
CONTRO IL PROLETARIATO

Destinata a ferire le categorie meno radicalizzate, per allearle al potere, e a chiamare a raccolta la borghesia per la "caccia alle streghe": non a caso la strage fra gli agricoltori (Banca Nazionale dell'Agricoltura), solo la paura tra i borghesi (Banca Commerciale). I risultati, diretti e indiretti, degli attentati, sono il loro fine. Per il passato, l'atto terroristico - come manifestazione primitiva e infantile della violenza rivoluzionaria nelle situazioni arretrate, o come violenza perduta sul terreno delle rivoluzioni sconfite - non è mai stato che un atto di rifiuto parziale, e perciò vinto in partenza: la negazione della politica sul terreno della politica stessa. Al contrario, nella situazione attuale, di fronte all'ascesa di un nuovo periodo rivoluzionario, è il Potere stesso che, nel tendere alla propria affermazione totalitaria, esprime spettacolarmente la propria negazione terroristica. In un'epoca che vede rinascere il movimento che sopprime ogni potere separato dagli individui, il Potere stesso è costretto a riscoprire, fino alla prassi cosciente, che tutto ciò che esso non uccide lo indebolisce. Ma la borghesia italiana è la più miserabile d'Europa. Incapace oggi di realizzare il proprio terrore attivo sul proletariato, non le resta che tentare di comunicare alla maggioranza della popolazione il proprio terrore passivo, la paura del proletariato. Impotente e maldestra, nel tentativo di bloccare in questo modo lo sviluppo del movimento rivoluzionario e di crearsi ad un tempo artificialmente una forza che non possiede, rischia di perdere in un sol colpo entrambe le possibilità. E' così che le fazioni più avanzate del potere (interne o parallele - governative o d'opposizione) hanno dovuto sbagliare. L'eccesso di debolezza riporta la borghesia italiana sul terreno dell'eccesso poliziesco, essa comincia a comprendere che la sua sola possibilità uscire da un'agonia senza fine passa per il rischio della fine immediata della sua agonia. Così il Potere deve bruciare fin dall'inizio l'ultima carta politica da giocare prima della guerra civile o di un colpo di stato di cui è incapace, doppia carta del falso "pericolo anarchico" (per la destra) e del falso "pericolo fascista" (per la sinistra), allo scopo di mascherare e di rendere possibile la sua offensiva contro il vero pericolo, il proletariato. Di più, l'atto con cui oggi la borghesia tenta di scongiurare la guerra civile è in realtà il suo primo atto di guerra civile contro il proletariato. Per il proletariato dunque, non si tratta più evitarla né di incominciarla, ma di vincerla. Ed esso ha ormai incominciato a capire che non è con la violenza parziale che la può vincere, ma con l'autogestione totale della violenza rivoluzionaria e l'armamento generale dei lavoratori organizzati nei Consigli operai. Esso quindi sa ormai di dover respingere definitivamente, con la rivoluzione, l'ideologia della violenza insieme alla violenza dell'ideologia.

Compagni: non lasciatevi fermare qui: il potere e i suoi alleati hanno paura di perdere tutto; noi non dobbiamo avere paura di loro e soprattutto non dobbiamo averne di noi stessi: « non abbiamo da perdere che le nostre catene e tutto un mondo da guadagnare ».

Viva il potere assoluto dei Consigli operai!

















Valpreda. Processo al processo PDF

Valpreda. Processo al processo, di Marco Fini e Andrea Barbieri
Feltrinelli, 1972

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Umanità Nova, l'archivio

Archivio degli articoli di Umanità Nova dal 1997 ad oggi.

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Precisazione degli anarchici romani al libro "La strage di Stato"



La precisazione degli anarchici romani
al libro "La Strage di Stato": documento pubblicato in http://stragedistato.wordpress.com:

I gruppi anarchici di Roma, impegnandosi per la divulgazione di questo volume – alla cui compilazione non è mancata la loro collaborazione – hanno espresso circostanziati motivi di riserva e dissenso ai militanti della sinistra extraparlamentare che ne hanno curato la definitiva stesura. Le riserve non riguardano la preziosa documentazione offerta dal volume ma tutto ciò che, inopportunamente, non è stato pubblicato o che è stato appena sfiorato, per esigenze di tempo e di spazio, per certi “condizionamenti” di parte riformistica e certe remore di natura prudenziale, che sarebbe stato bene disattendere. Tra i motivi di riserva citiamo, solo per non lasciarli del tutto nel vago, la mancanza di un capitolo in cui si precisassero, con ordine e fermezza, le assurdità, le incongruenze, le contraddizioni le nullità processuali dell’istruttoria sugli attentati, emerse fino al momento in cui il lavoro è stato dato alla stampa. La incompletezza della grave e forse determinante testimonianza dell’ex deputato comunista Stuani (pagg. 123/124) nella quale non è fatto cenno ad altre due lettere (oltre quelle di Ambrosini a Restivo) che sarebbero state inoltrate da Stuani ad un’alta personalità politica. Lo scopo e la destinazione di queste due lettere potrebbero illuminare sulla fine dei documenti che l’Ambrosini consegnò a Stuani. I dissensi, invece, si riferiscono a valutazioni politiche ed apprezzamenti che, in un volume del genere, destinato ad essere uno strumento di analisi e di lavoro a disposizione della sinistra extraparlamentare, dovevano essere evitati (anche in base ad un preciso impegno). Il capitolo “perché proprio gli anarchici” (pagg. 30/31), con un minimo di serenità, di chiarezza politica, di rispetto – anche su questo argomento – della verità (che – come hanno detto tanti pensatori nei secoli prima di Lenin e di Gramsci – è rivoluzionaria) avrebbe dovuto suggerire all’estensore una più seria e centrata analisi che, se condotta sul più appropriato tema “perché gli anarchici del 22 marzo”, sarebbe stata più aderente alla realtà politica, ai fatti ed alla linearità del libro. Non si è invece saputo o voluto fare di meglio che ricalcare i soliti giudizi reazionari, interpolando il pezzo con le ritrite frasi fatte tanto care alla stampa di ogni colore, pur di presentare lo anarchismo come una “teoria senza idee od alternative precise”. Passi quel ritenerci “la parte più debole dello schieramento di sinistra”, ammissibile da chi, per difetto congenito, valuta la forza del numero e non quella ben più determinante delle idee e della loro giustezza. Passi pure quel definirci “privi di protezione, senza amici”, il che, tradotto in termini rivoluzionari, espliciti, significa che non contiamo su simpatie ed appoggi… in “alto” tra politici e confindustriali, che non siamo disposti ai compromessi, a barattare la coerenza con insane e non certo disinteressate protezioni. Ma ciò che rifiutiamo decisamente (anche per gli anarchici del 22 marzo in carcere) è l’asserzione che saremmo “seguaci di una teoria politica articolata in varie tendenze, alcune delle quali sono spesso indefinibili o mal definite”. Qui riaffiora il vecchio vizio del monolitismo politico ed il settarismo di liquidare come incomprensibili tutte quelle idee che rifuggano da tale concetto. Che cosa significa affermare che una tendenza dell’anarchismo è spesso indefinibile? Od è sempre indefinibile o, se pur è definibile una sola volta, non è più indefinibile. E’ certamente vero che l’anarchismo, in ogni sua tendenza, raggruppa forze che tendono all’abbattimento della “società di stato” per il conseguimento della “società umana” e pertanto rappresenta sempre, in ogni momento storico e sopratutto rivoluzionario, il nemico conseguente e naturale dello stato, sia esso borghese o dittatoriale, l’oppositore coerente di ogni illusoria avventura riformistica. E’ certamente vero che in ogni momento autenticamente rivoluzionario, come in ogni, momento di repressione di stato (rappresaglia) “il sistema colpisce con tanta più virulenza quanto più i modi e gli obiettivi della lotta sono giusti”. E, piaccia o no allo estensore del pezzo in questione, i modi e gli obiettivi della lotta sono giusti nella misura in cui sono libertari, nella misura cioè in cui rigettano “le regole del gioco imposto dai padroni, lo unanismo dei servi e l’opposizione istituzionale dei falsi rivoluzionari ad ogni ipoteca autoritaria, statolatra, di leader o di casta egemone”. Gli anarchici, subito dopo gli attentati, avvertirono in ogni loro documento che la sporca manovra non era diretta a colpire il movimento anarchico specifico ma il movimento operaio-studentesco-contestatario in genere che, svincolato dalle pastoie e dall’azione cloroformizzante dei partiti e dei sindacati, stava prendendo coscienza di sé e pretendeva autogestire la sua lotta. Questa, cari compagni extraparlamentari, l’analisi giusta ed onesta, analisi che del resto sfiorate spesso nel volume, soprattutto laddove negate spazio al riformismo. Da questa analisi, se obiettivamente sviluppata, non può che conseguirne che, se l’extraparlamentarismo non vuol essere un atteggiamento alla moda ma sostanziare, con un atteggiamento responsabile e coerente, una precisa presa di coscienza politica, non può ignorare l’esistenza squisitamente libertaria connaturata ad ogni reale (non effimera o ingannevole) lotta rivoluzionaria. Altrimenti, nei fatti, l’extraparlamentarismo non riuscirà a superare il complesso di edipo, rimarrà visceralmente attaccato alla “mamma” e, nei momento della verità sarà il… parlamentarismo ad esercitare l’irresistibile richiamo verso il P.C.I. od il P.S.I. non importa, sarà la stessa urna e la stessa… greppia.

Gruppi Anarchici di Roma.